Il lavoro sta diventando sempre di più regolatore delle nostre vite frenetiche. Si è quasi quasi ossessionati dalla gara all’ottenimento del titolo che ci faccia sentire qualcuno, come se una persona senza lavoro non può essere definita tale. Ma come si suole dire bisogna lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Ma la domanda è: si può vivere senza lavorare? C’è qualcuno che è riuscito a trovare un buon compromesso.

È la storia di Alix Faßmann, una giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) che ha deciso di lasciare il suo lavoro e di iniziare un viaggio in Sicilia, per cercare le sue riposte; qui conosce Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus che come l’ex giornalista anni prima si era licenziato ed era andato in Italia, poiché era stanco di dover rinunciare alla sua vita privata per il guadagno.

I due hanno unito le loro idee, decidendo di raccoglierle in un libro, che ha dato vita al volume intitolato Arbeit ist nicht unser Leben: “Anleitung zur Karriereverweigerung”, ovvero “Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera”. Da questo libro si è susseguita una riflessione più ampia che ha portato alla creazione di un vero e proprio “centro per il rifiuto della carriera”.

Il centro Haus Bartleby

Il centro ha sede a Neukölln, uno dei quartieri più internazionali di Berlino. Il suo nome ha origine da un romanzo Bartleby, scritto da Herman Melville. Emblematica è la storia di quest’uomo che lavora come copista presso uno studio legale di Wall Street, fin quando un giorno decide di fermarsi e lasciare questo lavoro pronunciando la famosa frase “I would prefer not to”.

Questo centro si propone di accogliere tutti coloro che hanno deciso di opporsi alla società basata sul lavoro. Questa è un’operazione complessa e che ha riscosso particolarmente successo all’interno della società tedesca, tanto da suscitare l’interesse di alcune testate giornalistiche importanti come Die Welt, Die Zeit, Huffington Post, e di famosi istituti tedeschi tra cui il Club of Rome e la Rosa-Luxemburg Stiftung.

La scuola di pensiero

Le origini del loro pensiero si ritrovano sicuramente in figure come Marx, e nella critica al capitalismo. Ma ciò che ha particolare importanza sono le testimonianze di donne e uomini: ciò che colpisce è il fatto che molto spesso questi lavoratori non sono come ci si immagina dei precari, sottopagati e sfruttati, ma sono dei professionisti nel clou della loro carriera. Tra questi vi è Hendrik Sodenkamp, ex assistente personale di Carl Hegemann (famoso drammaturgo del Berliner Volksbühne) e studente di letteratura, che si è opposto alla società del lavoro, basata sulla lotta al potere, alla competizione perenne, stanco di dover rinunciare alle amicizie e a tutto ciò che non abbia a che fare con il lavoro.

La scuola di pensiero
La scuola di pensiero

Lui stesso dice che noi siamo «costantemente proiettati nel futuro, nel prossimo step funzionale al successo, mentre nel “qui e ora” non facciamo mai quello che sarebbe giusto per noi». Ma l’Haus Bartleby, con le sue riflessioni non vuole vuole elogiare l’ozio e la “nullafacenza”, poiché queste persone non odiano il lavoro in sé, ma ciò che è diventato nel mondo moderno, in cui l’uomo è passivo rispetto ai compiti che deve svolgere per poter guadagnare.  I soci del centro in realtà lavorano molto, ma per qualcosa che ritengono utile e che li soddisfi; si legge sul loro sito: “Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche”.

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