La parola rivoluzione l’abbiamo sentita pronunciare più volte nel corso della storia, da quella francese a quella americana; ancora oggi risulta essere un argomento molto attuale, dato il periodo storico in cui viviamo. Ma cos’è la rivoluzione? Sull’enciclopedia Treccani si legge: rivoluzióne s. f. [dal lat. tardo revolutio –onis «rivolgimento, ritorno», der. di revolvĕre: v. rivolgere]. – […] 2. Mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici: affidandoci al pensiero di due scrittori, filosofi Albert Camus (1913-1960) e John Holloway (1947) a noi cronologicamente più vicino, analizziamo più nel profondo la parola rivoluzione.

IL PENSIERO DI CAMUS

Albert Camus, nel corso della sua vita, dedica un libro a questa tematica, “L’uomo in rivolta” (1951), che inizia con queste parole: “Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi”. Dicendo No a qualcosa, un’istituzione, un potere, si afferma la propria libertà; l’atto di ribellione è la presa di coscienza nei confronti di qualcosa che ci opprime, quando viene superato quel limite oltre il quale l’uomo si sente violato dei propri diritti, e perciò sente il bisogno di far sentire la propria voce. Inoltre Camus, dice che l’atto di rivoluzione nasce come bisogno individuale, ma che si tramuta in una condizione comune negli uomini. Colui che insorge vuole affermare un diritto che trascende da sé stesso, in nome del bene della comunità.

IL PENSIERO DI CAMUS
IL PENSIERO DI CAMUS

Lo scrittore, poi precisa la distinzione tra rivolta e rivoluzione: “[La rivoluzione] è l’inserzione dell’idea nell’esperienza storica mentre la rivolta è soltanto il moto che porta dall’esperienza individuale all’idea”; la rivolta è un atto di protesta contro un ordine costituito, contro lo Stato, distinta dalla rivoluzione che vuole andare a intaccare più nel profondo il sistema a cui si oppone, per arrivare al cambiamento radicale di esso. Ma spesso le due cose vanno confuse, in quanto il mezzo per raggiungere un obiettivo sovrasta quelli che sono i fini che lo sottendono, e si arriva a fare la rivoluzione con le armi e la violenza, per arrivare alla conquista del potere. Così la rivoluzione diventa una tirannia non così diversa da quella a cui ci si era contrapposti. Camus conclude: “Teoricamente, la rivoluzione è un cambiamento delle istituzioni politiche ed economiche atto ad affermare più libertà e più giustizia nel mondo”. Con la triste consapevolezza che ciò è un’utopia.

HOLLOWAY

John Holloway, nel suo libro “Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi” (2002, 20102), riprende quanto detto da Camus e prova ad andare oltre. Holloway utilizza due definizioni di potere, “potere su” e “poter fare” per spiegare la differenza tra potere dall’autorità, potere su qualcun altro e potere di fare qualcosa, ovvero capacità di azione.

HOLLOWAY
HOLLOWAY

Egli critica le rivoluzioni passate in quanto hanno semplicemente stabilito una diversa forma di autorità, di “potere”, e quindi non hanno fatto nulla di rivoluzionare nel cambiare la struttura del potere stesso. Differentemente da Camus, Holloway sostiene che la lotta non può essere condotta da alcuni per il bene di tutti; il soggetto che si rivolta deve essere consapevole delle sue azioni, attuando un processo di “autoemancipazione”. Bisognerebbe arrivare a una rivoluzione di natura più anarchica, eliminando la gerarchia e l’autorità.

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